
La rapida evoluzione dei nuovi mezzi di comunicazione e la loro definitiva integrazione, pongono alla nostra attenzione fenomeni che hanno a che fare con aspetti della nostra vita e del nostro fare, riconducibili essenzialmente a ciò che abbiamo sempre considerato reale. Viviamo in un mondo digitalizzato, tradotto in bits d'informazione, senza riferimenti con un'esperienza concreta, materiale, fisica, capace di coinvolgerci complessivamente come esseri umani. Se consideriamo l'enorme quantità di suoni, segni, immagini, messaggi a cui siamo sottoposti quotidianamente, abbiamo un quadro stupefacente di una situazione in cui, concetti familiari e dicotomie palesi come vero/falso, si sciolgono in quel mondo liquido percepito da molti. Siamo immersi in una rete planetaria di informazioni digitalizzate, condivise e usufruibili in tempo reale, come se noi stessi fossimo dei nodi, delle sinapsi di un unico sistema nervoso centrale, nel quale tutti conoscono tutto e nessuno sa niente.
Questa condizione smaterializzata dell'essere ci avvicina a culture che hanno sempre creduto nella dimensione Realmente Virtuale di ciò che siamo e che sappiamo e rende attuali forme di conoscenza che pongono l'accento più sul processo che sul risultato. Culture che non hanno mai considerato il Vuoto come un vuoto esistenziale e non provano l'Horror Vacui della sua rappresentazione; lo considerano il luogo in cui, per sottrazione, emerge anche il valore concreto di conoscenza nell'interazione tra interno e esterno, tra vuoto e pieno; ripropongono cioè il valore dell'esperienza umana nella sua fisicità. Queste culture, che non hanno mai creduto nella separazione tra lavoro manuale e intellettuale, non hanno mai disgiunto la conoscenza dal fare e hanno sempre considerato la manualità, l'essenzialità del gesto, la perizia, come l'unica via attraverso la quale, l'essere umano, può arrivare a esprimere compiutamente sè stesso. In queste culture l'opera è processo di conoscenza, non prende avvio da un progetto, non è la realizzazione definitiva di un'idea preordinata, ma si realizza nel fare, in quello spazio e in quel tempo; dove manualità, improvvisazione e cultura concorrono al suo completamento. Il prodotto finale, ha un'importanza relativa, non è l'espressione di qualcosa d'altro, non ha una forma e un contenuto e tantomeno si propone come oggetto estetico. L'opera rappresenta se stessa, il senso non sta nella cosa in sè, ma nella mente di chi lo osserva, e, nella relazione, la utilizza.
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| Maria Elisa Chierici - Polipo |
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| Elisa Chierici |


